11 giugno 2010
I numeri delle intercettazioni
Mentre ovunque si fa un gran parlare della nuova legge sulle intercettazioni, conviene fare luce su un aspetto fondamentale: le dimensioni del fenomeno. Quante intercettazioni si fanno ogni anno in Italia?
Sull'argomento se ne son sentite tante. Ognuno dà i suoi numeri, neppure si trattasse del superenalotto. Una mano per districarci nell'orgia di cifre ce la dà il puntuale Luca Ricolfi, in un editoriale apparso qualche settimana fa su Panorama.
Spiega Ricolfi che quasi tutte le stime partono dal medesimo punto di partenza: la serie storica dei decreti di autorizzazione alle intercettazioni. Ognuno, però, la legge come vuole. Si va, così, dai 30 milioni di italiani coinvolti denunciati dall'Eurispes in un rapporto del 2005 agli appena 20.000 a cui fa riferimento il procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia.
È la solita storia tutta italiana delle due tribù, pronte a tutto per dare una addosso all'altra. Gli approcci utilizzati sono, secondo Ricolfi, entrambi sbagliati:

L’approccio dell’Eurispes è di usarla per calcolare il numero totale di persone ascoltate in un decennio (1995-2004), ivi comprese quelle che cascano nella rete semplicemente perché conversano al telefono con un indagato. Per ottenere tale numero l’Eurispes usa due assunti del tutto irrealistici: il primo è che ogni indagato, nel periodo in cui è intercettato, parli con almeno 100 soggetti diversi; il secondo è che non vi sia alcuna sovrapposizione fra l’insieme dei soggetti ascoltati in un anno e quelli degli anni precedenti e successivi. Così facendo si arriva a 29 milioni di ascoltati nel periodo analizzato dall’Eurispes (1995-2004) e a qualcosa come 54 milioni nel periodo 1999-2008.
L’approccio di Ingroia è opposto. Per lui le statistiche sui decreti di intercettazione (quasi 100 mila nel 2008) includerebbero anche le proroghe e quindi gli intercettati sarebbero solo 20 mila. Tuttavia, l’assunto di Ingroia è errato: i decreti di intercettazione pubblicati dal ministero della Giustizia non includono le proroghe, e dunque le persone intercettate ogni anno non sono 20 mila ma quasi 100 mila.


Il numero degli intercettati in quanto indagati, dunque, si attesta nel 2009 a 87.413. in calo rispetto ai 90.632 del 2008, ma in forte aumento rispetto a una decina d'anni fa. Il boom nel numero degli intercettati, paradossalmente, coincide con gli anni di governo del centrodestra. La cifra cresce, infatti, da 23.018 a 30.295 tra 1996 e 2001, per arrivare a 72.383 nel 2006.

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09 giugno 2010
Continuità o Cambiamento: la politica estera americana da Bush a Obama
A oltre un anno dall’insediamento di Barack Obama alla Casa Bianca, vale la pena analizzare i cambiamenti che questi ha apportato alla politica estera degli Stati Uniti, rispetto al suo predecessore.
Per molti commentatori conservatori, le scelte di Obama starebbero indebolendo gli Stati Uniti. I critici progressisti sono invece delusi: a loro modo di vedere Obama non avrebbe fatto abbastanza “change”. Per comprendere quale interpretazione sia più corretta, conviene esaminare le principali questioni al centro della politica estera statunitense e considerare come le abbiano trattate i due diversi presidenti.

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28 maggio 2010
Luci e ombre della manovra
Una manovra correttiva era nell'aria già da diverse settimane. Già il 9 aprile Libero aveva annunciato una stangatina di mezza estate, ma gli eventi e le preoccupazioni hanno portato un'accelerazione dei tempi.
I fatti sono noti. La crisi greca, gli attacchi all'euro, il piano di aiuti europei. Ai politici non pare vero di poter lanciare accuse contro evasori e speculatori, spostando così l'attenzione dalle loro allegre politiche di bilancio. L'evasione è un crimine, ma lo è anche una tassazione che uccide i cittadini e le imprese, al punto che persino molti ministri e parlamentari ammettono, in privato, che senza l'economia sommersa il nostro default sarebbe già arrivato. La speculazione, invece, colpisce gli squilibri presenti nel mercato: non si tratta di feroci aguzzini che passano le giornate ad affamare i popoli, ma di gestori smaliziati di denaro che approfittano degli errori dei veri colpevoli delle crisi economiche, quelli che quegli squilibri li creano.
In prima fila tra gli accusatori c'è il governo italiano al gran completo, guidato dal tributarista socialcolbertista di Sondrio. Stavolta, però, oltre alle parole è dovuto arrivare qualche fatto. Più che la speranza poté la paura: il nostro rapporto deficit/PIL dovrebbe arrivare nel 2010 al 5,2% (secondo le stime del FMI), il tasso di disoccupazione all'8,7% (ma il dato nasconde in parte un basso tasso di occupazione nazionale), il debito pubblico non ne parliamo.
Dunque l'esecutivo si è trovato costretto a concordare in sede europea una correzione dei conti pubblici e, in buona compagnia nel continente, ha varato una manovra da 24 miliardi di euro da spalmare nei due anni 2011 e 2012. Una manovra dura ma necessaria, ci viene detto. L'impressione, però, è che accanto a cose buone, ce ne siano altre da rivedere. E che molte altre cose manchino del tutto. Vediamo i punti più importanti.
Tra gli aspetti positivi ci sono le riduzioni della spesa pubblica. Gli stipendi dei dipendenti pubblici vengono congelati fino al 2013 e quelli dei dirigenti ridotti (non senza un po' di demagogia…) del 5% per la parte eccedente gli 80.000 euro e del 10% per la parte eccedente i 130.000 euro. Il blocco del turnover viene esteso di due anni: un risparmio positivo, ma anche dettato dall'incapacità di procedere a licenziamenti e destinato a produrre una pubblica amministrazione sempre più vecchia e meno flessibile. Vengono soppressi Ispel, Ipsema, Ipost, Isae, Ice ed Ente Italiano Montana e vengono tolti i finanziamenti a 71 enti. Finalmente viene innalzata l'età pensionabile delle donne nel pubblico impiego. Un giro di vite attende le pensioni di invalidità, il cui abuso è diventato patologico negli anni. Basti pensare che sono aumentate del 36,4% in cinque anni e che costano allo stato 16 miliardi. O che in Piemonte ce ne sono 129.158, in Veneto 138.931 e in Campania 264.489.
I rimborsi elettorali si riducono del 20%, e questa è senz'altro una buona notizia. Da quando, infatti, un referendum ha abolito il finanziamento pubblico ai partiti, questi hanno trovato un escamotage per aumentare di sette volte le loro entrate. C'è da dire, però, che nella prima versione del testo la riduzione era del 50%. Probabilmente dovremo aspettarci altri colpi della casta a questo provvedimento.
Giù anche gli stipendi di politici e magistrati, con questi ultimi che hanno già iniziato ad alzare la voce e preparano accorati appelli per salvare la democrazia, la giustizia e la busta paga. Forse saranno anche ridotte le auto blu. Soprattutto, si dispone l'abolizione delle province con meno di 220.000 abitanti che non facciano parte di regioni a statuto speciale e non confinino con stati stranieri (così se ne salvano dalla mannaia 12 su 22). Ammesso e non concesso che questa disposizione vada in porto (e in Italia queste cose non sono mai così scontate), i contorni sembrano un po' opachi. Qui si è per l'abolizione di tutte le province, ma il sospetto è che criteri così particolari siano stati appositamente cuciti addosso a una lista di proscrizione già pronta che permetterà alla Lega di avere una scusa per difendere le resistenze ad altre abolizioni nei prossimi tre anni. Le province interessate, comunque, saranno dieci: Isernia (PDL), Massa Carrara (PD), Matera (PD), Crotone (PDL), Vibo Valentia (PD), Rieti (PD), Ascoli Piceno (PDL), Fermo (SEL), Biella (LN) e Vercelli (commissariata).
Alle regioni meridionali viene inoltre data la possibilità di azzerare l'Irap sulle nuove imprese e dovrebbero venire create zone a "burocrazia zero", nelle quali per aprire un'attività ci si potrà rivolgere a un solo soggetto.
Venendo alle note dolenti, ritornano provvedimenti da grande fratello tributario che si sperava di essersi lascati alle spalle in compagnia di Visco. La tracciabilità dei pagamenti viene portata a 5.000 euro e si accorciano i tempi per contestazione e ricorsi contro le cartelle pazze esattoriali.
C'è l'ennesimo condono, che mortifica l'immagine di un governo che comunque ha fatto molto contro l'evasione fiscale. C'è un aumento delle tasse su bonus e stock option dei manager
Viene pesantemente stangata Roma, città già colpita più delle altre dalle misure sulla pubblica amministrazione. Per tamponare il buco di Veltroni verrà creato un fondo da 200 milioni erogabili solo dopo che Alemanno avrà garantito misure per reperire le risorse. Cioè tasse, oltre a ulteriori tagli. Su l'addizionale Irpef, l'Ici, l'addizionale all'accisa sull'energia elettrica, l'addizionale sui diritti d'imbarco. Chi ha visto valorizzare la propria costruzione per effetto di una variazione urbanistica dovrà pagare l'80% del beneficio ottenuto al comune. Più un'assurda tassa di 10 euro sui turisti, che va a colpire la meta turistica più impostante del paese. Senza contare che i cittadini romani dovranno beccarsi aumenti di Irpef e Irap dalla regione, anch'essa con un buco da ripianare.
Insomma la manovra correttiva ha alcune luci ma anche parecchie ombre. Come al solito ci sono nuove tasse. Come al solito la lotta all'evasione è usata come foglia di fico per coprire la crisi fiscale del paese. Come al solito i tagli non sono accompagnati da misure capaci di promuovere la crescita economica.
Soprattutto l'ultimo punto appare grave. Il nostro paese è messo peggio degli altri, non meglio. Se riusciremo a uscire dalla crisi, ciò non sarà comunque sufficiente se ci riporterà alla nostra immobilità strutturale. L'Italia ha bisogno di riforme profonde e coraggiose. La spesa pubblica va aggredita drasticamente. Non solo vanno ridotte le spese intermedie della pubblica amministrazione, ma vanno abolite le province, tutte, vendute le aziende pubbliche, alzate le età pensionabili. Una riduzione drastica del Leviatano pubblico libererebbe risorse per tagliare le tasse, cosa quanto mai necessaria per dare ossigeno a cittadini e imprese schiacciati dalla morsa del fisco.
Serve, poi, un ampio piano di liberalizzazioni, che potrebbero contribuire alla crescita del PIL. Secondo un paper scritto da Lorenzo Forni, Andrea Gerali e Massimiliano Pisani per Bankitalia le liberalizzazioni potrebbero liberare 11 punti di PIL di maggior crescita, di cui 5 conseguibili in un triennio. Per il Rapporto dell'Osservatorio sulle liberalizzazioni in Italia il costo di quelle mancate è di 23 miliardi di euro. La Federdistribuzione stima che la sola apertura domenicale degli esercizi commerciali porterebbe un aumento dello 0,25% del PIL. Di tutto ciò, però, non c'è traccia.
Senza tagli delle tasse e senza liberalizzazioni, la manovra rimane incompleta, serve solo a tirare a campare e non risolve i nodi cruciali. Oltretutto, finisce pure per essere recessiva. Si ha, poi, l'impressione che per le cose buone che vi sono contenuteci sia da ringraziare la crisi della Grecia. Fortunatamente abbiamo trovato un paese nella nostra situazione, in condizioni appena più gravi, che è arrivato al default un po' prima di noi. E la nostra classe politica se l'è fatta sotto e ha deciso di fare qualcosa. Non basta. Il centrodestra deve fare di più. Molto di più.

Update/L'abolizione delle province se la sono già rimangiata. C.v.d. E l'approccio, a questo come agli altri problemi, sembra essere quello classico: tanto rumore, tante promesse, pochi dati, poco approfondimento, nessuna riforma.

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20 maggio 2010
Una piccola scintilla rivoluzionaria
Quella di Boston fu una scintilla. Le navi della Compagnia delle Indie Orientali, agevolate fiscalmente rispetto ai dazi che erano costretti a pagare i commercianti locali, erano già state rispedite al mittente a New York e Filadelfia. Nel porto del Massachusetts, invece, un gruppo di coloni travestiti da pellirosse e guidati da Samuel Adams assaltò i mercantili britannici e ne rovesciò il carico di tè in mare. Era il 16 dicembre del 1773. Ancora oggi, nell'immaginario popolare, il Boston Tea Party è ricordato tra le tante rivolte americane contro la corona inglese come quella che fece divampare il fuoco della rivoluzione, al grido di «libertà» e «indipendenza».

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17 maggio 2010
Io mi vergogno di La Russa
Il calcio è fatto di sfottò, e chi abita dalle parti di Roma lo sa meglio di chiunque altro. Si esulta quando si vince, si prendono in giro gli avversari quando si perde. Oggi tocca a me, domani toccherà a te. Figuriamoci quando un campionato si conclude all'ultimo respiro, come è accaduto ieri pomeriggio, dopo un intero anno di emozioni altalenanti.
Preso dalla foga calcistica, persino un ministro della Repubblica può lasciarsi andare ai festeggiamenti. E' umano e comprensibile, e non faremo certo qui i bacchettoni per questo.
Le dichiarazioni rilasciate da Ignazio La Russa dopo la partita Siena-Inter, però, vanno ben oltre l'esultanza per lo scudetto meritatamente vinto dai nerazzurri. Il ministro della Difesa ha detto:

Vergogna al Siena però: ha giocato per la Roma. Una squadra retrocessa cerca di vincere per un punto in più ma il Siena ha giocato per far vincere la Roma.


Secondo La Russa, cioè, la squadra senese, imitando qualche altro avversario prono all'Inter, non avrebbe dovuto onorare l'impegno. Si sarebbero dovuti scansare. E dovrebbero pure vergognarsi per aver fatto la cosa per la quale vengono profumatamente pagati, cioè giocare a calcio.
Non ci interessano granchè le competenze calcistiche di La Russa (Siena-Inter si è giocata praticamente a una porta sola e poteva finire 0-10...), ma ci pare molto triste che un uomo con un tale concetto della lealtà e della sportività faccia parte del governo di questo paese.

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14 maggio 2010
Un PD nucleare?
Qualcosa si muove nel PD. O almeno sembrerebbe. Un gruppo di intellettuali, scienziati, imprenditori e parlamentari di area democratica ha, infatti, inviato una lettera al segretario Bersani per invitarlo a rivedere il tradizionale ostracismo della sinistra sul nucleare.
I firmatari fanno notare a Bersani le debolezze strutturali del mix energetico italiano:

I dati ti sono chiari: importiamo più dell’80 per cento dell’energia primaria di cui abbiamo bisogno, principalmente, da Paesi geopoliticamente problematici. Produciamo l’energia elettrica per il 70 per cento con combustibili fossili. Circa il 15 la importiamo dall’estero e prevalentemente di origine nucleare. Se non la importassimo la nostra dipendenza dai combustibili fossili (gas e carbone in primo luogo) salirebbe oltre l’80 per cento.


L'appello prosegue sottolineando tre aspetti fondamentali della questione. Innanzitutto l'energia nucleare ha il vantaggio di non emettere gas serra e il ricorso a essa è previsto dai programmi internazionali volti a ridurre il ricorso ai combustibili fossili e le emissioni di CO2.
Inoltre la via del nucleare non è un'eccezione, ma la regola nel mondo. Tutti i paesi del G8, tranne l'Italia, producono energia nucleare. E su di esso puntano pure le potenze emergenti.

L’Europa produce circa il 30 per ento della sua energia elettrica con il nucleare. Nell’Europa dei 27 ben 15 Paesi possiedono impianti nucleari, 12 (Gran Bretagna, Francia, Svezia, Polonia, Lituania, Romania, Bulgaria, Finlandia, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia, Slovenia) hanno annunciato nuovi piani di espansione nucleare. Paesi, un tempo considerati in via di sviluppo, come la Cina, l’India, il Brasile sono fra i primi investitori mondiali in nuovi impianti nucleari. Grandi Paesi produttori di petrolio stanno oggi lanciandosi convintamente nella costruzione di nuove centrali.

Infine sono proprio molti leader di sinistra a considerare l'atomo una soluzione efficiente.

Noi ti chiediamo di prendere atto che il nucleare non è né di sinistra, né di destra e che, anzi, al mondo molti leader di governi di sinistra e progressisti puntano su di esso per sviluppare un sistema economico e modelli di vita e di società eco-compatibili: Brasile con Lula, Usa con Obama, Giappone con Hatoyama, Gran Bretagna con Brown.

In sintesi la richiesta dei firmatari non è quella di abbracciare il nucleare senza se e senza ma, ma di discuterne. Non è la panacea di tutti i mali del mondo e nemmeno di tutti quelli del nostro paese. Nessuno vuole chiedere al PD di accettare l'atomo acriticamente. Basterebbe, però, parlarne senza pregiudizi medievali. Sarebbe già un piccolo sintomo di serietà, quella malattia contro la quale la politica italiana sembra aver sviluppato ottimi anticorpi.

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13 maggio 2010
Figurine e figuracce
Uno spettro si aggira per i palazzi della politica. Un editoriale di Europa, ripreso da Libero, ha rilanciato un pettegolezzo diffuso negli ambienti del centrosinistra. Walter Veltroni starebbe per tornare in campo, con un progetto per le elezioni del 2013: un ticket con l'appena rieletto governatore della Puglia Nichi Vendola.
L'Africa può attendere. Il più celebre perdente di successo tra le schiere dei compagni, proprio lui, vorrebbe ricucire lo strappo - fatto da egli stesso - con la sinistra radicale, o almeno con una parte di questa. Non sarebbe la prima volta che Walter tenta di tornare in sella dopo essere stato disarcionato dal destino cinico e baro. E a dirla tutta, l'ultimo suo tentativo non era stato privo di coraggio. Qui avevamo, infatti, già apprezzato la direzione che, col discorso del Lingotto, tentò di dare al Partito Democratico: vocazione maggioritaria, cpagne per qualcosa e non contro qualcuno, emancipazione dai rifondaroli.
Dopo la, per lui, rovinosa tornata elettorale del 2008, avevamo però concluso che, di quelle buone idee, Veltroni non si era rivelato all'altezza. D'altronde stiamo pur sempre parlando di un uomo che si porta dietro un curriculum di disastri da far invidia al vulcano islandese. Ha preso in mano l'Unità e l'ha portata sull'orlo del fallimento. Poi è divenuto vicepremier di Prodi e quell'esecutivo è caduto dopo un misero biennio. Quindi è stato eletto segretario dei DS e li ha condotti al peggior risultato elettorale della loro storia. Allora ha preso le redini del comune di Roma e, dopo sette anni, l'ha lasciato con una voragine di dieci miliardi di euro nei bilanci. Infine, sprezzante del pericolo, si è riciclato come candidato premier del PD, rimediando alle elezioni il peggiore distacco da Berlusconi della seconda repubblica.
È ora che la sinistra italiana cerchi altrove se vuole costruirsi un futuro. Si riprendano pure le buone idee di chi è passato, ma che almeno vengano affidate a facce nuove. Basta riciclare i dirigenti con i quali non vinceranno mai, per citare Moretti. La strada di Veltroni non sembra quella per il Paradiso.
Come ha scritto Mario Giordano:

Lo scrive anche Europa, uno dei due giornali di partito, nell'editoriale del suo direttore Stefano Menichini: "Davvero può tornare Veltroni?", si domanda. E poi si risponde affermativo: Yes, he can. I suoi amici dicono che sia molto carico come quando da giovane inventava le figurine. Non è cambiato molto, in fondo: ora s'inventa le figuracce. Essendo un po' invecchiato, farà pure ticket con un altro leader. Pare tocchi a Vendola. E, dal canto suo, pare che anche Vendola si tocchi.

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12 maggio 2010
Cancella il debito
In un post apparso lunedì sul suo blog, Antonio Martino ha ripreso, a proposito del piano di salvataggio approvato dai governi europei nel weekend e sui rischi che questo potrebbe comportare per l'euro, una citazione di Luigi Einaudi. Scriveva il grande economista e politico, auspicando l'adozione di una moneta unica continentale:

Il vantaggio del sistema non sarebbe solo di conteggio e di comodità nei pagamenti e nelle transazioni interstatali. Questo sarebbe piccolo in confronto di un altro di gran lunga superiore, che è l’abolizione della sovranità monetaria dei singoli Stati in materia monetaria. Chi ricorda il malo uso che molti Stati avevano fatto e fanno del diritto di battere moneta non può aver dubbio rispetto all’urgenza di togliere ad essi siffatto diritto, Esso si è ridotto, in sostanza, al diritto di falsificare la moneta, cioè al diritto di imporre ai popoli la peggiore delle imposte. Se la federazione europea riuscirà a togliere ai singoli Stati federati la possibilità di far fronte alle opere pubbliche facendo gemere il torchio dei biglietti e li costringerà a provvedere unicamente con le imposte o con i prestiti volontari, avrà per ciò solo compiuto opera grande.

Sottrarre alle banche centrali nazionali, talvolta eccessivamente succubi dei governi, la possibilità di stampare moneta per coprire le inefficienze della classe politica, auspicava Einaudi, avrebbe favorito politiche economiche virtuose. O, per lo meno, avrebbe tolto un'abusata foglia di fico a quelle più disinvolte.
Il rischio della strategia europea varata nei giorni scorsi è proprio quello di annientare l'efficacia di quello strumento che, in effetti, negli anni passati aveva avuto effetti benefici per quelle classi dirigenti affette in maniera più grave da incapacità diffusa e congenita di gestire il bilancio pubblico. Una su tutte, la nostra.
Facendo comprare alla Banca Centrale Europea i titoli spazzatura dei paesi con i conti in dissesto - oggi la Grecia, domani la Spagna e il Portogallo e poi, prima di quanto possiamo immaginare, l'Italia - si ripropone, a livello macroregionale, il circolo vizioso che in maniera tanto perversa ha legato nei decenni passati la Banca d'Italia ai governi del Belpaese. Peraltro, se sterilizzerà il proprio intervento per ridurne gli effetti inflattivi, la BCE dovrà cedere Bund e deteriorare qualitativamente il proprio portafoglio.
D'altronde il piano europeo da 750 miliardi, che aggredisce il debito creando altri debiti, è sintomatico del modo di pensare e di concepire i problemi di molti leader del vecchio continente. In questo modo si rischia di sovraccaricare di debito pubblico l'intera platea dei contribuenti dell'eurozona e di incentivare comportamenti opportunistici da parte di quegli stati che, pur avendo una situazione a rischio, piuttosto che avviarsi lungo la strada del risanamento preferiranno confidare sull'assistenza europea ritenendosi too big to fail. Soprattutto, si rischia di continuare a non comprendere che la radice del problema risiede negli stati e nei loro bilanci. Invece di prendersela con la speculazione, i governanti pensino a far quadrare i conti. Oppure prima o poi Jovanotti potrebbe dedicare anche a loro una canzone.

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11 maggio 2010
Lo chiamavano Bocca di rosa, metteva gli ariani sopra ogni cosa
Che Giorgio Bocca abbia un passato da giovane fascistello è cosa nota. Girovagando per la rete, ci si imbatte facilmente in qualche spezzone di un suo vecchio e delirante articolo antisemita apparso sul giornale fascista La Provincia grande – Sentinella d’Italia. Per chi fosse interessato, qualche giorno fa Camelot ha pubblicato l'articolo integrale.

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Più incentivi o meno tasse?
Un'idea diffusa nel mondo è quella che, per aiutare chi si trova in difficoltà, la soluzione migliore sia destinargli somme di denaro. Una prassi ormai consolidata vede i governi e le organizzazioni internazionali adoperarsi per raccogliere "tesoretti" e spedirli sotto forma di aiuti ai paesi del Terzo Mondo. La prima operazione è semplice quanto spietata: s'inasprisce il prelievo sugli ignari contribuenti, che spesso non hanno idea di dove finisca l'obolo che versano al Leviatano pubblico. La seconda assume addirittura contorni tragicomici: il flusso di denaro finisce spesso e volentieri nelle tasche di dittatori, criminali e burocrati.

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