07 maggio 2010
La strategia di Fini
Lo scontro tra Fini e Berlusconi, esploso nel corso di un'infuocata Direzione Nazionale del PdL, è la conseguenza di una serie di malcelate antipatie e di contrasti che hanno covato sotto la cenere negli ultimi anni, emergendo di tanto in tanto in superficie. Una tappa, probabilmente non l'epilogo, giacché certe dinamiche sono in evoluzione e, a oggi, è difficile dire dove andranno il PdL e le sue correnti (per inciso, non c'è solo quella finiana...).
Da anni i rapporti tra Fini e Berlusconi non erano idilliaci. La situazione è nota ai più. Fini, eterno delfino, auspica da una vita la successione al Cavaliere, sempre promessa e mai realizzatasi. La longevità politica dell'uomo di Arcore ha frustrato le aspirazioni dell'altro, che attende di fare quel salto di qualità che gli permetterebbe di svestire i panni dell'eterno incompiuto.
Negli ultimi mesi le cose sono andate sempre peggio. Fini ha avviato l'elaborazione di un pensiero originale, discostandosi progressivamente tanto dalla vecchia linea politica di Alleanza Nazionale quanto da quella nuova del PdL e avvicinandosi sempre più agli altri leader che si riconoscono nel Partito Popolare Europeo. Ha preso posizioni coraggiose sui temi della bioetica, rivendicando un indirizzo laico dell'azione di governo e la revisione dell'illiberale disegno di legge Calabrò sul testamento biologico. Ha sfidato la linea di maggioranza sull'immigrazione, che tanta popolarità ha guadagnato a PdL e Lega Nord, sostenendo la necessità di accettare la realtà di un'Italia multietnica e chiedendo di rivedere i tempi per l'acquisizione della cittadinanza e le norme che lui stesso, anni addietro, aveva contribuito a scrivere.
Nel frattempo, però, ha anche compiuto scelte politiche tattiche. Pur essendosi ritagliato nel partito l'inusuale carica di cofondatore, ha preferito rimanere fuori dal governo e assumere una la terza carica dello stato. Questa scelta, però, probabilmente dettata dalla continua ansia di legittimazione che caratterizza ancora oggi molti esponenti del vecchio MSI, non si è rivelata troppo lungimirante. Fini si è ritrovato relegato in un ruolo istituzionale che, praticamente, gli lega le mani, quando nella primavera del 2008 avrebbe potuto pretendere, senza problemi, di diventare vicepresidente del Consiglio.
Tagliato fuori dal cuore del dibattito e delle decisioni politiche, si è visto in breve scavalcare dall'altra grande corrente che punta a incassare i lasciti del berlusconismo, quella tremontianleghista. La Lega si è rafforzata numericamente elezione dopo elezione, fino ad arrivare, poche settimane fa, alla conquista di due grandi regioni del nord. Ebbri di successi, gli esponenti del Carroccio hanno iniziato a sparare richieste sempre più grandi per capitalizzare il loro momento. Tremonti ha stretto con i leghisti un asse di ferro, ha abbracciato una linea anticapitalista di moda in tempi di crisi, e ha seguito la Lega in uno spostamento a sinistra dei voti e delle proposte. Questo gruppo di potere ha offerto a un Berlusconi indebolito da scandali e processi stabilità e ha incassato in cambio carta bianca.
Messo all'angolo da Lega e Tremonti, che hanno preso in mano le redini del governo e hanno imboccato decisi gli sciagurati quanto consueti binari del socialismo, Fini ha tentato tardivamente di riorganizzarsi. Ha iniziato scientificamente a prendere le distanze da Berlusconi su quasi tutti i temi all'ordine del giorno, assicurandosi sempre comparsate sui titoli o i sottotitoli dei giornali. Il Secolo d'Italia e il web magazine della Fondazione Fare Futuro sono diventati megafoni militarizzati del presidente della Camera. In quest'ultimo, in particolare, Filippo Rossi si è messo quotidianamente a replicare ai critici di Fini, finendo per diventare monotematico e scrivere ogni giorno di Vittorio Feltri. Fini ha, infine, messo in piedi un altro think tank, Generazione Italia che, nelle sue intenzioni, dovrebbe servire per portare idee concrete nel dibattito politico.
L'ex leader di AN ha sollevato la sacrosanta questione della democrazia interna al PdL. Lui, che nella storia aennina aveva convocato (oltre a quello fondativo e a quello di scioglimento) un solo congresso in cui era l'unico candidato e che aveva azzerato le cariche nel giro di mezza giornata dopo che i suoi colonnelli erano stati beccati a criticarlo, si è scagliato contro il cesarismo berlusconiano. Al di là della credibilità dell'accusatore sul punto, il PdL appare, effettivamente un partito caratterizzato dalla scarsa o nulla democraticità interna – peraltro nella squallida media dei partiti italiani – dove gli organi direttivi fungono sì e no da soprammobili.
Infine Fini ha organizzato intorno a sé un gruppo di sostenitori, riunendo onorevoli e studiosi, mettendo insieme un po' tutti quelli cui non andava troppo a genio il dominio del Cavaliere. E proprio questo è, forse, il limite maggiore dei finiani. Non lo scarso seguito popolare, presunte conversioni a sinistra o progetti di inciuci neocentristi. Si tratta, invece, di un gruppo troppo eterogeneo, dove convive tutto e il suo contrario. Questo progetto ha affascinato liberali come Benedetto Della Vedova e ha sostenuto una sindacalista come Renata Polverini, campionessa del socialismo corporativo.
Qui riteniamo, sperando di sbagliarci, che molte prese di posizione finiane siano strumentali al suo progetto di allargamento interno. In alcuni casi ha tracciato una linea chiara, in altri si contraddice da solo. Fini vuole contare di più nel PdL e nella politica italiana. L'aspirazione, di per sé, è anche legittima. Perché appaia credibile, però, va integrata con qualcosa di più. Il presidente della Camera deve cambiare il suo ruolo e il suo messaggio.
Innanzitutto, deve abbandonare il suo ruolo istituzionale. Si sta rivelando il presidente della Camera più attivo politicamente della seconda repubblica, tradendo una prassi ormai consolidata. Se, poi, vuole ergersi ufficialmente rapprentante della minoranza interna del PdL, è anche giusto se sia ancora rappresentativo della maggioranza che lo ha eletto a quella carica. Ha poco senso citare modelli d'oltreoceano. Nancy Pelosi, negli Stati Uniti, svolge un ruolo politico e partigiano, ma è anche leader della rappresentanza del suo partito alla Camera. Fini può e deve condurre personalmente e meglio le proprie battaglie, con le mani libere e facendo politica attiva. Non può limitarsi ad appaltarle ai più esagitati dei suoi sostenitori, che anche quando si dimettono riescono a dare di sé l'immagine di chi organizza congiure di palazzo.
Poi deve concentrarsi sulla questione fondamentale che la classe politica italiana dovrebbe affrontare: l'economia. I problemi sono noti a tutti, tranne che ai partiti. L'Italia cresce poco o nulla e gli unici indicatori a far registrare sempre il segno più sono tasse e debito pubblico. Nella famosa Direzione Nazionale, Fini ha fatto delle proposte interessanti, come quella di rivedere l'età pensionabile. Tra i suoi sostenitori circolano proposte condivisibili ed è un fatto che finiani come Ronchi o Baldassarri abbiano proposto nei mesi scorsi liberalizzazioni dei servizi pubblici e una contro finanziaria meno statalista di quella di Tremonti. Il presidente della Camera, però, ha una storia personale fatta di opposizione ai tagli di tasse e di sostegno a una maggiore spesa pubblica, oltre che una certa ignoranza in materia economica. Se vuole essere credibile, oltre che distinguersi sulle celebrazioni dei 150 anni dell'Unità d'Italia e su "Meno male che Silvio c'è", aggredisca con decisione il tema che è (dovrebbe essere) la stessa ragione sociale del centrodestra: la riforma fiscale.
Proponga le due aliquote, una decisa riduzione della pressione fiscale e una semplificazione degli obblighi contributivi, se ne è in grado. Non si trinceri, come ha fatto in una recente intervista a Sky, dietro la crociata populista contro i mulini a vento dell'evasione fiscale. Non dica «paghiamo tutti per pagare meno», ma «paghiamo meno per pagare tutti». Il tema è popolare, oltre che importante. Se Fini saprà fornire una visione organica della materia e proposte serie e concrete, metterà l'esecutivo con le spalle al muro e potrà, forse, recuperare il terreno perduto in questi anni, da lui e dal paese. In caso contrario, la copertura liberale delle sue battaglie si scioglierà come neve al sole e queste verranno ricordate come piccoli passi di una sporca guerra di poltrone.
Da anni i rapporti tra Fini e Berlusconi non erano idilliaci. La situazione è nota ai più. Fini, eterno delfino, auspica da una vita la successione al Cavaliere, sempre promessa e mai realizzatasi. La longevità politica dell'uomo di Arcore ha frustrato le aspirazioni dell'altro, che attende di fare quel salto di qualità che gli permetterebbe di svestire i panni dell'eterno incompiuto.
Negli ultimi mesi le cose sono andate sempre peggio. Fini ha avviato l'elaborazione di un pensiero originale, discostandosi progressivamente tanto dalla vecchia linea politica di Alleanza Nazionale quanto da quella nuova del PdL e avvicinandosi sempre più agli altri leader che si riconoscono nel Partito Popolare Europeo. Ha preso posizioni coraggiose sui temi della bioetica, rivendicando un indirizzo laico dell'azione di governo e la revisione dell'illiberale disegno di legge Calabrò sul testamento biologico. Ha sfidato la linea di maggioranza sull'immigrazione, che tanta popolarità ha guadagnato a PdL e Lega Nord, sostenendo la necessità di accettare la realtà di un'Italia multietnica e chiedendo di rivedere i tempi per l'acquisizione della cittadinanza e le norme che lui stesso, anni addietro, aveva contribuito a scrivere.
Nel frattempo, però, ha anche compiuto scelte politiche tattiche. Pur essendosi ritagliato nel partito l'inusuale carica di cofondatore, ha preferito rimanere fuori dal governo e assumere una la terza carica dello stato. Questa scelta, però, probabilmente dettata dalla continua ansia di legittimazione che caratterizza ancora oggi molti esponenti del vecchio MSI, non si è rivelata troppo lungimirante. Fini si è ritrovato relegato in un ruolo istituzionale che, praticamente, gli lega le mani, quando nella primavera del 2008 avrebbe potuto pretendere, senza problemi, di diventare vicepresidente del Consiglio.
Tagliato fuori dal cuore del dibattito e delle decisioni politiche, si è visto in breve scavalcare dall'altra grande corrente che punta a incassare i lasciti del berlusconismo, quella tremontianleghista. La Lega si è rafforzata numericamente elezione dopo elezione, fino ad arrivare, poche settimane fa, alla conquista di due grandi regioni del nord. Ebbri di successi, gli esponenti del Carroccio hanno iniziato a sparare richieste sempre più grandi per capitalizzare il loro momento. Tremonti ha stretto con i leghisti un asse di ferro, ha abbracciato una linea anticapitalista di moda in tempi di crisi, e ha seguito la Lega in uno spostamento a sinistra dei voti e delle proposte. Questo gruppo di potere ha offerto a un Berlusconi indebolito da scandali e processi stabilità e ha incassato in cambio carta bianca.
Messo all'angolo da Lega e Tremonti, che hanno preso in mano le redini del governo e hanno imboccato decisi gli sciagurati quanto consueti binari del socialismo, Fini ha tentato tardivamente di riorganizzarsi. Ha iniziato scientificamente a prendere le distanze da Berlusconi su quasi tutti i temi all'ordine del giorno, assicurandosi sempre comparsate sui titoli o i sottotitoli dei giornali. Il Secolo d'Italia e il web magazine della Fondazione Fare Futuro sono diventati megafoni militarizzati del presidente della Camera. In quest'ultimo, in particolare, Filippo Rossi si è messo quotidianamente a replicare ai critici di Fini, finendo per diventare monotematico e scrivere ogni giorno di Vittorio Feltri. Fini ha, infine, messo in piedi un altro think tank, Generazione Italia che, nelle sue intenzioni, dovrebbe servire per portare idee concrete nel dibattito politico.
L'ex leader di AN ha sollevato la sacrosanta questione della democrazia interna al PdL. Lui, che nella storia aennina aveva convocato (oltre a quello fondativo e a quello di scioglimento) un solo congresso in cui era l'unico candidato e che aveva azzerato le cariche nel giro di mezza giornata dopo che i suoi colonnelli erano stati beccati a criticarlo, si è scagliato contro il cesarismo berlusconiano. Al di là della credibilità dell'accusatore sul punto, il PdL appare, effettivamente un partito caratterizzato dalla scarsa o nulla democraticità interna – peraltro nella squallida media dei partiti italiani – dove gli organi direttivi fungono sì e no da soprammobili.
Infine Fini ha organizzato intorno a sé un gruppo di sostenitori, riunendo onorevoli e studiosi, mettendo insieme un po' tutti quelli cui non andava troppo a genio il dominio del Cavaliere. E proprio questo è, forse, il limite maggiore dei finiani. Non lo scarso seguito popolare, presunte conversioni a sinistra o progetti di inciuci neocentristi. Si tratta, invece, di un gruppo troppo eterogeneo, dove convive tutto e il suo contrario. Questo progetto ha affascinato liberali come Benedetto Della Vedova e ha sostenuto una sindacalista come Renata Polverini, campionessa del socialismo corporativo.
Qui riteniamo, sperando di sbagliarci, che molte prese di posizione finiane siano strumentali al suo progetto di allargamento interno. In alcuni casi ha tracciato una linea chiara, in altri si contraddice da solo. Fini vuole contare di più nel PdL e nella politica italiana. L'aspirazione, di per sé, è anche legittima. Perché appaia credibile, però, va integrata con qualcosa di più. Il presidente della Camera deve cambiare il suo ruolo e il suo messaggio.
Innanzitutto, deve abbandonare il suo ruolo istituzionale. Si sta rivelando il presidente della Camera più attivo politicamente della seconda repubblica, tradendo una prassi ormai consolidata. Se, poi, vuole ergersi ufficialmente rapprentante della minoranza interna del PdL, è anche giusto se sia ancora rappresentativo della maggioranza che lo ha eletto a quella carica. Ha poco senso citare modelli d'oltreoceano. Nancy Pelosi, negli Stati Uniti, svolge un ruolo politico e partigiano, ma è anche leader della rappresentanza del suo partito alla Camera. Fini può e deve condurre personalmente e meglio le proprie battaglie, con le mani libere e facendo politica attiva. Non può limitarsi ad appaltarle ai più esagitati dei suoi sostenitori, che anche quando si dimettono riescono a dare di sé l'immagine di chi organizza congiure di palazzo.
Poi deve concentrarsi sulla questione fondamentale che la classe politica italiana dovrebbe affrontare: l'economia. I problemi sono noti a tutti, tranne che ai partiti. L'Italia cresce poco o nulla e gli unici indicatori a far registrare sempre il segno più sono tasse e debito pubblico. Nella famosa Direzione Nazionale, Fini ha fatto delle proposte interessanti, come quella di rivedere l'età pensionabile. Tra i suoi sostenitori circolano proposte condivisibili ed è un fatto che finiani come Ronchi o Baldassarri abbiano proposto nei mesi scorsi liberalizzazioni dei servizi pubblici e una contro finanziaria meno statalista di quella di Tremonti. Il presidente della Camera, però, ha una storia personale fatta di opposizione ai tagli di tasse e di sostegno a una maggiore spesa pubblica, oltre che una certa ignoranza in materia economica. Se vuole essere credibile, oltre che distinguersi sulle celebrazioni dei 150 anni dell'Unità d'Italia e su "Meno male che Silvio c'è", aggredisca con decisione il tema che è (dovrebbe essere) la stessa ragione sociale del centrodestra: la riforma fiscale.
Proponga le due aliquote, una decisa riduzione della pressione fiscale e una semplificazione degli obblighi contributivi, se ne è in grado. Non si trinceri, come ha fatto in una recente intervista a Sky, dietro la crociata populista contro i mulini a vento dell'evasione fiscale. Non dica «paghiamo tutti per pagare meno», ma «paghiamo meno per pagare tutti». Il tema è popolare, oltre che importante. Se Fini saprà fornire una visione organica della materia e proposte serie e concrete, metterà l'esecutivo con le spalle al muro e potrà, forse, recuperare il terreno perduto in questi anni, da lui e dal paese. In caso contrario, la copertura liberale delle sue battaglie si scioglierà come neve al sole e queste verranno ricordate come piccoli passi di una sporca guerra di poltrone.
Etichette: Berlusconi, Fini, PDL





















