28 maggio 2010
Luci e ombre della manovra
Una manovra correttiva era nell'aria già da diverse settimane. Già il 9 aprile Libero aveva annunciato una stangatina di mezza estate, ma gli eventi e le preoccupazioni hanno portato un'accelerazione dei tempi.
I fatti sono noti. La crisi greca, gli attacchi all'euro, il piano di aiuti europei. Ai politici non pare vero di poter lanciare accuse contro evasori e speculatori, spostando così l'attenzione dalle loro allegre politiche di bilancio. L'evasione è un crimine, ma lo è anche una tassazione che uccide i cittadini e le imprese, al punto che persino molti ministri e parlamentari ammettono, in privato, che senza l'economia sommersa il nostro default sarebbe già arrivato. La speculazione, invece, colpisce gli squilibri presenti nel mercato: non si tratta di feroci aguzzini che passano le giornate ad affamare i popoli, ma di gestori smaliziati di denaro che approfittano degli errori dei veri colpevoli delle crisi economiche, quelli che quegli squilibri li creano.
In prima fila tra gli accusatori c'è il governo italiano al gran completo, guidato dal tributarista socialcolbertista di Sondrio. Stavolta, però, oltre alle parole è dovuto arrivare qualche fatto. Più che la speranza poté la paura: il nostro rapporto deficit/PIL dovrebbe arrivare nel 2010 al 5,2% (secondo le stime del FMI), il tasso di disoccupazione all'8,7% (ma il dato nasconde in parte un basso tasso di occupazione nazionale), il debito pubblico non ne parliamo.
Dunque l'esecutivo si è trovato costretto a concordare in sede europea una correzione dei conti pubblici e, in buona compagnia nel continente, ha varato una manovra da 24 miliardi di euro da spalmare nei due anni 2011 e 2012. Una manovra dura ma necessaria, ci viene detto. L'impressione, però, è che accanto a cose buone, ce ne siano altre da rivedere. E che molte altre cose manchino del tutto. Vediamo i punti più importanti.
Tra gli aspetti positivi ci sono le riduzioni della spesa pubblica. Gli stipendi dei dipendenti pubblici vengono congelati fino al 2013 e quelli dei dirigenti ridotti (non senza un po' di demagogia…) del 5% per la parte eccedente gli 80.000 euro e del 10% per la parte eccedente i 130.000 euro. Il blocco del turnover viene esteso di due anni: un risparmio positivo, ma anche dettato dall'incapacità di procedere a licenziamenti e destinato a produrre una pubblica amministrazione sempre più vecchia e meno flessibile. Vengono soppressi Ispel, Ipsema, Ipost, Isae, Ice ed Ente Italiano Montana e vengono tolti i finanziamenti a 71 enti. Finalmente viene innalzata l'età pensionabile delle donne nel pubblico impiego. Un giro di vite attende le pensioni di invalidità, il cui abuso è diventato patologico negli anni. Basti pensare che sono aumentate del 36,4% in cinque anni e che costano allo stato 16 miliardi. O che in Piemonte ce ne sono 129.158, in Veneto 138.931 e in Campania 264.489.
I rimborsi elettorali si riducono del 20%, e questa è senz'altro una buona notizia. Da quando, infatti, un referendum ha abolito il finanziamento pubblico ai partiti, questi hanno trovato un escamotage per aumentare di sette volte le loro entrate. C'è da dire, però, che nella prima versione del testo la riduzione era del 50%. Probabilmente dovremo aspettarci altri colpi della casta a questo provvedimento.
Giù anche gli stipendi di politici e magistrati, con questi ultimi che hanno già iniziato ad alzare la voce e preparano accorati appelli per salvare la democrazia, la giustizia e la busta paga. Forse saranno anche ridotte le auto blu. Soprattutto, si dispone l'abolizione delle province con meno di 220.000 abitanti che non facciano parte di regioni a statuto speciale e non confinino con stati stranieri (così se ne salvano dalla mannaia 12 su 22). Ammesso e non concesso che questa disposizione vada in porto (e in Italia queste cose non sono mai così scontate), i contorni sembrano un po' opachi. Qui si è per l'abolizione di tutte le province, ma il sospetto è che criteri così particolari siano stati appositamente cuciti addosso a una lista di proscrizione già pronta che permetterà alla Lega di avere una scusa per difendere le resistenze ad altre abolizioni nei prossimi tre anni. Le province interessate, comunque, saranno dieci: Isernia (PDL), Massa Carrara (PD), Matera (PD), Crotone (PDL), Vibo Valentia (PD), Rieti (PD), Ascoli Piceno (PDL), Fermo (SEL), Biella (LN) e Vercelli (commissariata).
Alle regioni meridionali viene inoltre data la possibilità di azzerare l'Irap sulle nuove imprese e dovrebbero venire create zone a "burocrazia zero", nelle quali per aprire un'attività ci si potrà rivolgere a un solo soggetto.
Venendo alle note dolenti, ritornano provvedimenti da grande fratello tributario che si sperava di essersi lascati alle spalle in compagnia di Visco. La tracciabilità dei pagamenti viene portata a 5.000 euro e si accorciano i tempi per contestazione e ricorsi contro le cartelle pazze esattoriali.
C'è l'ennesimo condono, che mortifica l'immagine di un governo che comunque ha fatto molto contro l'evasione fiscale. C'è un aumento delle tasse su bonus e stock option dei manager
Viene pesantemente stangata Roma, città già colpita più delle altre dalle misure sulla pubblica amministrazione. Per tamponare il buco di Veltroni verrà creato un fondo da 200 milioni erogabili solo dopo che Alemanno avrà garantito misure per reperire le risorse. Cioè tasse, oltre a ulteriori tagli. Su l'addizionale Irpef, l'Ici, l'addizionale all'accisa sull'energia elettrica, l'addizionale sui diritti d'imbarco. Chi ha visto valorizzare la propria costruzione per effetto di una variazione urbanistica dovrà pagare l'80% del beneficio ottenuto al comune. Più un'assurda tassa di 10 euro sui turisti, che va a colpire la meta turistica più impostante del paese. Senza contare che i cittadini romani dovranno beccarsi aumenti di Irpef e Irap dalla regione, anch'essa con un buco da ripianare.
Insomma la manovra correttiva ha alcune luci ma anche parecchie ombre. Come al solito ci sono nuove tasse. Come al solito la lotta all'evasione è usata come foglia di fico per coprire la crisi fiscale del paese. Come al solito i tagli non sono accompagnati da misure capaci di promuovere la crescita economica.
Soprattutto l'ultimo punto appare grave. Il nostro paese è messo peggio degli altri, non meglio. Se riusciremo a uscire dalla crisi, ciò non sarà comunque sufficiente se ci riporterà alla nostra immobilità strutturale. L'Italia ha bisogno di riforme profonde e coraggiose. La spesa pubblica va aggredita drasticamente. Non solo vanno ridotte le spese intermedie della pubblica amministrazione, ma vanno abolite le province, tutte, vendute le aziende pubbliche, alzate le età pensionabili. Una riduzione drastica del Leviatano pubblico libererebbe risorse per tagliare le tasse, cosa quanto mai necessaria per dare ossigeno a cittadini e imprese schiacciati dalla morsa del fisco.
Serve, poi, un ampio piano di liberalizzazioni, che potrebbero contribuire alla crescita del PIL. Secondo un paper scritto da Lorenzo Forni, Andrea Gerali e Massimiliano Pisani per Bankitalia le liberalizzazioni potrebbero liberare 11 punti di PIL di maggior crescita, di cui 5 conseguibili in un triennio. Per il Rapporto dell'Osservatorio sulle liberalizzazioni in Italia il costo di quelle mancate è di 23 miliardi di euro. La Federdistribuzione stima che la sola apertura domenicale degli esercizi commerciali porterebbe un aumento dello 0,25% del PIL. Di tutto ciò, però, non c'è traccia.
Senza tagli delle tasse e senza liberalizzazioni, la manovra rimane incompleta, serve solo a tirare a campare e non risolve i nodi cruciali. Oltretutto, finisce pure per essere recessiva. Si ha, poi, l'impressione che per le cose buone che vi sono contenuteci sia da ringraziare la crisi della Grecia. Fortunatamente abbiamo trovato un paese nella nostra situazione, in condizioni appena più gravi, che è arrivato al default un po' prima di noi. E la nostra classe politica se l'è fatta sotto e ha deciso di fare qualcosa. Non basta. Il centrodestra deve fare di più. Molto di più.
Update/L'abolizione delle province se la sono già rimangiata. C.v.d. E l'approccio, a questo come agli altri problemi, sembra essere quello classico: tanto rumore, tante promesse, pochi dati, poco approfondimento, nessuna riforma.
I fatti sono noti. La crisi greca, gli attacchi all'euro, il piano di aiuti europei. Ai politici non pare vero di poter lanciare accuse contro evasori e speculatori, spostando così l'attenzione dalle loro allegre politiche di bilancio. L'evasione è un crimine, ma lo è anche una tassazione che uccide i cittadini e le imprese, al punto che persino molti ministri e parlamentari ammettono, in privato, che senza l'economia sommersa il nostro default sarebbe già arrivato. La speculazione, invece, colpisce gli squilibri presenti nel mercato: non si tratta di feroci aguzzini che passano le giornate ad affamare i popoli, ma di gestori smaliziati di denaro che approfittano degli errori dei veri colpevoli delle crisi economiche, quelli che quegli squilibri li creano.
In prima fila tra gli accusatori c'è il governo italiano al gran completo, guidato dal tributarista socialcolbertista di Sondrio. Stavolta, però, oltre alle parole è dovuto arrivare qualche fatto. Più che la speranza poté la paura: il nostro rapporto deficit/PIL dovrebbe arrivare nel 2010 al 5,2% (secondo le stime del FMI), il tasso di disoccupazione all'8,7% (ma il dato nasconde in parte un basso tasso di occupazione nazionale), il debito pubblico non ne parliamo.
Dunque l'esecutivo si è trovato costretto a concordare in sede europea una correzione dei conti pubblici e, in buona compagnia nel continente, ha varato una manovra da 24 miliardi di euro da spalmare nei due anni 2011 e 2012. Una manovra dura ma necessaria, ci viene detto. L'impressione, però, è che accanto a cose buone, ce ne siano altre da rivedere. E che molte altre cose manchino del tutto. Vediamo i punti più importanti.
Tra gli aspetti positivi ci sono le riduzioni della spesa pubblica. Gli stipendi dei dipendenti pubblici vengono congelati fino al 2013 e quelli dei dirigenti ridotti (non senza un po' di demagogia…) del 5% per la parte eccedente gli 80.000 euro e del 10% per la parte eccedente i 130.000 euro. Il blocco del turnover viene esteso di due anni: un risparmio positivo, ma anche dettato dall'incapacità di procedere a licenziamenti e destinato a produrre una pubblica amministrazione sempre più vecchia e meno flessibile. Vengono soppressi Ispel, Ipsema, Ipost, Isae, Ice ed Ente Italiano Montana e vengono tolti i finanziamenti a 71 enti. Finalmente viene innalzata l'età pensionabile delle donne nel pubblico impiego. Un giro di vite attende le pensioni di invalidità, il cui abuso è diventato patologico negli anni. Basti pensare che sono aumentate del 36,4% in cinque anni e che costano allo stato 16 miliardi. O che in Piemonte ce ne sono 129.158, in Veneto 138.931 e in Campania 264.489.
I rimborsi elettorali si riducono del 20%, e questa è senz'altro una buona notizia. Da quando, infatti, un referendum ha abolito il finanziamento pubblico ai partiti, questi hanno trovato un escamotage per aumentare di sette volte le loro entrate. C'è da dire, però, che nella prima versione del testo la riduzione era del 50%. Probabilmente dovremo aspettarci altri colpi della casta a questo provvedimento.
Giù anche gli stipendi di politici e magistrati, con questi ultimi che hanno già iniziato ad alzare la voce e preparano accorati appelli per salvare la democrazia, la giustizia e la busta paga. Forse saranno anche ridotte le auto blu. Soprattutto, si dispone l'abolizione delle province con meno di 220.000 abitanti che non facciano parte di regioni a statuto speciale e non confinino con stati stranieri (così se ne salvano dalla mannaia 12 su 22). Ammesso e non concesso che questa disposizione vada in porto (e in Italia queste cose non sono mai così scontate), i contorni sembrano un po' opachi. Qui si è per l'abolizione di tutte le province, ma il sospetto è che criteri così particolari siano stati appositamente cuciti addosso a una lista di proscrizione già pronta che permetterà alla Lega di avere una scusa per difendere le resistenze ad altre abolizioni nei prossimi tre anni. Le province interessate, comunque, saranno dieci: Isernia (PDL), Massa Carrara (PD), Matera (PD), Crotone (PDL), Vibo Valentia (PD), Rieti (PD), Ascoli Piceno (PDL), Fermo (SEL), Biella (LN) e Vercelli (commissariata).
Alle regioni meridionali viene inoltre data la possibilità di azzerare l'Irap sulle nuove imprese e dovrebbero venire create zone a "burocrazia zero", nelle quali per aprire un'attività ci si potrà rivolgere a un solo soggetto.
Venendo alle note dolenti, ritornano provvedimenti da grande fratello tributario che si sperava di essersi lascati alle spalle in compagnia di Visco. La tracciabilità dei pagamenti viene portata a 5.000 euro e si accorciano i tempi per contestazione e ricorsi contro le cartelle pazze esattoriali.
C'è l'ennesimo condono, che mortifica l'immagine di un governo che comunque ha fatto molto contro l'evasione fiscale. C'è un aumento delle tasse su bonus e stock option dei manager
Viene pesantemente stangata Roma, città già colpita più delle altre dalle misure sulla pubblica amministrazione. Per tamponare il buco di Veltroni verrà creato un fondo da 200 milioni erogabili solo dopo che Alemanno avrà garantito misure per reperire le risorse. Cioè tasse, oltre a ulteriori tagli. Su l'addizionale Irpef, l'Ici, l'addizionale all'accisa sull'energia elettrica, l'addizionale sui diritti d'imbarco. Chi ha visto valorizzare la propria costruzione per effetto di una variazione urbanistica dovrà pagare l'80% del beneficio ottenuto al comune. Più un'assurda tassa di 10 euro sui turisti, che va a colpire la meta turistica più impostante del paese. Senza contare che i cittadini romani dovranno beccarsi aumenti di Irpef e Irap dalla regione, anch'essa con un buco da ripianare.
Insomma la manovra correttiva ha alcune luci ma anche parecchie ombre. Come al solito ci sono nuove tasse. Come al solito la lotta all'evasione è usata come foglia di fico per coprire la crisi fiscale del paese. Come al solito i tagli non sono accompagnati da misure capaci di promuovere la crescita economica.
Soprattutto l'ultimo punto appare grave. Il nostro paese è messo peggio degli altri, non meglio. Se riusciremo a uscire dalla crisi, ciò non sarà comunque sufficiente se ci riporterà alla nostra immobilità strutturale. L'Italia ha bisogno di riforme profonde e coraggiose. La spesa pubblica va aggredita drasticamente. Non solo vanno ridotte le spese intermedie della pubblica amministrazione, ma vanno abolite le province, tutte, vendute le aziende pubbliche, alzate le età pensionabili. Una riduzione drastica del Leviatano pubblico libererebbe risorse per tagliare le tasse, cosa quanto mai necessaria per dare ossigeno a cittadini e imprese schiacciati dalla morsa del fisco.
Serve, poi, un ampio piano di liberalizzazioni, che potrebbero contribuire alla crescita del PIL. Secondo un paper scritto da Lorenzo Forni, Andrea Gerali e Massimiliano Pisani per Bankitalia le liberalizzazioni potrebbero liberare 11 punti di PIL di maggior crescita, di cui 5 conseguibili in un triennio. Per il Rapporto dell'Osservatorio sulle liberalizzazioni in Italia il costo di quelle mancate è di 23 miliardi di euro. La Federdistribuzione stima che la sola apertura domenicale degli esercizi commerciali porterebbe un aumento dello 0,25% del PIL. Di tutto ciò, però, non c'è traccia.
Senza tagli delle tasse e senza liberalizzazioni, la manovra rimane incompleta, serve solo a tirare a campare e non risolve i nodi cruciali. Oltretutto, finisce pure per essere recessiva. Si ha, poi, l'impressione che per le cose buone che vi sono contenuteci sia da ringraziare la crisi della Grecia. Fortunatamente abbiamo trovato un paese nella nostra situazione, in condizioni appena più gravi, che è arrivato al default un po' prima di noi. E la nostra classe politica se l'è fatta sotto e ha deciso di fare qualcosa. Non basta. Il centrodestra deve fare di più. Molto di più.
Update/L'abolizione delle province se la sono già rimangiata. C.v.d. E l'approccio, a questo come agli altri problemi, sembra essere quello classico: tanto rumore, tante promesse, pochi dati, poco approfondimento, nessuna riforma.
Etichette: crescita, debito pubblico, finanziaria, governo, PDL, tasse, Tremonti





















